La quercia secolare della Rocca

La secolare quercia ai piedi del Santuario della Rocca

Un maestoso esemplare di quercia (farnia o rovereQuercus peduncolata E.Quercus robur L.) si ergeva in posizione isolata lungo la strada che si inerpica per la boscosa collina dalla località San Vettore di Comuda (TV) fino al santuario dedicato alla Madonna della Rocca.
Il 18 giugno 2008 il maestoso esemplare di quercia si abbatteva improvvisamente al suolo suscitando grande scalpore, ed anche spavento, tra coloro che poco distante sostavano in quella zona e nei pressi dell'edificio sacro: tale evento disastroso infatti non era certo stato nelle previsioni di nessuno. In seguito all'evento, venne redatta una dettagliata relazione tecnica da parte del prof. Marco Carrer, del Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell'Università di Padova, che si allega di seguito.
La foto riprende la quercia alla fine dell' inverno.

La quercia della Rocca

L'albero si trovava ai margini della strada e presentava una conformazione piuttosto contorta e nodosa, con chioma complessivamente assai sbilanciata e poco uniforme essendosi sviluppata in completa asimmetria, segno forse dell'età e forse anche di alcuni interventi antropici di cui si dirà in seguito. 
L'immagine fotografica mette infatti in luce lo spostamento accentuato e pendente del fusto, sorretto com'è da poderosi contrafforti e grosse radici superficiali in direzione di valle. 
L'apparato radicale non aveva altra possibilità che svilupparsi ed evolversi che in tal modo in quanto appare chiara la consistenza piuttosto ridotta del suolo. Ulteriori aspetti che la fotografia mette in evidenza sono la presenza di un ampia superficie cariata a circa un paio di metri sul tronco nonché di monconi di alcune branche laterali (anche di cospicua dimensione) che sono prive di adeguata chioma: tutti questi sono altrettanti segni piuttosto evidenti che nel passato o per caduta naturale o per incauto taglio la quercia subì traumi significativi. Lo stesso tronco principale presenta anomalie piuttosto appariscenti: lo sviluppo omogeneo del suo diametro infatti si arresta bruscamente a circa 4 metri dal suolo: è ipotizzabile che in epoche ormai lontane il fusto si sia spezzato nella parte superiore a causa forse di un qualche eccezionale evento meteorico. 
Da questa "capitozzatura" la farnia reagì emettendo dei ricacci laterali di cui uno (quello più verso valle) prendeva chiaramente la dominanza, ma nel contempo contribuiva anch'esso ad appesantire ulteriormente tutta la struttura verso valle. Le antiche ferite sul tronco in diversa posizione e di diversa genesi avrebbero poi pure loro contribuito nel pregiudicarne la stabilità. 
Queste lacerazioni del tessuto legnoso, qualsiasi fosse stata la causa che le avessero provocate, sarebbero state – come si vedrà – la porta di ingresso per il marciume del legno. Infine, sempre dalla preziosa testimonianza fotografica, si evince come l'aspetto per così dire "sacrale" rivestito dalla quercia abbia in qualche modo influenzato notevolmente sulla storia e sulle vicissitudini dell' albero. La sua presenza – come è noto - è legata all'apparizione mariana ed assunse per i pellegrini un significato particolare dando luogo a comportamenti poco consoni - purtroppo - alla sua conservazione. 
Testimonianza esemplificativa di questo particolare rapporto con i pellegrini del Santuario, alla base del tronco appaiono quasi incastonati un piccolo tabernacolo votivo e, poco più in basso, un vaso recante mazzi di fiori. Operazioni quindi del tutto comprensibili, ma che nel loro piccolo hanno inciso sullo stato generale della pianta dato che per fissare stabilmente questa oggettistica sacra venivano usati sicuramente chiodi o fatte incisioni. Da ultimo anche l'adeguamento della strada negli anni per consentire una viabilità più moderna e consona al transito dei mezzi a motore nonché la sua asfaltatura non poterono che avere un peso anch'esso negativo.

Brevi cenni di riconoscimento di riconoscimento ed ecologia della specie

Albero di grandi dimensioni ed anche piuttosto longevo (anche 40 metri di altezza e 10 secoli) occupa un areale molto vasto, dal nord Europa alla Sicilia. Prima dell'espansione soprattutto dell'Impero Romano, la farnia costituiva l'elemento principale di estesi boschi planiziali(quercuscarpinetum) di cui oggi sopravvivono solo alcuni relitti tuttavia molto diversi dalla originaria struttura forestale. 
Più frequenti sono gli esemplari isolati nelle campagne coltivate. Il legno di quest'albero è sempre stato ricercato ed usato in virtù delle sue eccezionali qualità tecnologiche che ne fanno uno dei legni più duraturi, ottimo anche come combustibile. 
Per quanto concerne i più importanti caratteri botanici distintivi è da segnalare la particolarità della ghianda che, a differenza delle altre querce, presenta un peduncolo lungo anche qualche centimetro (da cui la specifica attribuzione di "peduncolata"); mentre le foglie sono brevissimamente picciolate.
Simbionte con diverse specie fungine, tra cui ricercati tartufi, annovera tra i suoi più pericolosi nemici naturali un fungo (oidio) noto come mal bianco. 
E' anche suscettibile a molti insetti defoliatori.

Per il riferimento iconografico di alcuni tra i caratteri morfologici e distintivi di Quercus peduncolata si riportano alcuni esempi nella immagine nei cui riquadri sono evidenziati alcuni caratteri specifici e di riconoscimento della Quercus peduncolata:portamento, foglie, tronco e corteccia, frutti.

18 giugno 2008: il crollo.

Il 18 giugno 2008 il maestoso esemplare di quercia si abbatteva improvvisamente al suolo suscitando grande scalpore, ed anche spavento, tra coloro che poco distante sostavano in quella zona e nei pressi dell'edificio sacro: tale evento disastroso infatti non era certo stato nelle previsioni di nessuno, tanto che un'ora dopo doveva transitare la processione per trasferire la statua della Madonna presso la chiesa arcipretale.

"LA QUERCIA DELLA MADONNA

In prossimità del Santuario della Rocca, dove la tradizione narra sia apparsa la Madonna, la quercia accoglieva il pellegrino. Un albero monumentale che la leggenda fa risalire persino ai crociati. Antico di almeno 250 anni, il grande “roro”
aveva resistito anche alla tromba d’aria del giugno 2006, ma quando domenica 18 maggio le forti piogge hanno attaccato le ormai deboli radici non c’è stato nulla da fare.
Coincidenza particolare: è caduto mezz’ora prima della processione che ha portato la Statua della Madonna nella chiesa parrocchiale (evento molto raro) … ed in questo caso sì possiamo ringraziare la Madonna di Rocca per grazia ricevuta: nessuno si è fatto male."


Così ne dava notizia il notiziario comunale "Nero su Bianco".


Nei giorni successivi al crollo dell'albero, la notizia veniva perciò riportata con grande risonanza e rilievo sui quotidiani della zona in quanto la perdita della quercia, da sempre legata per tradizione popolare all'apparizione della Vergine, è stata vissuta con comprensibile rammarico. 
A sottolineare la particolarità e il valore di quest'albero per i devoti del luogo, sta anche il fatto che il semenzale — secondo la leggenda — si vorrebbe fosse pervenuto dalla Terrasanta e quindi messo a dimora sulla Rocca ove il santuario sarebbe stato poi edificato.

Alla notizia dello schianto della monumentale quercia è insomma subentrata nell'opinione pubblica una forte emozione: comprensibile pertanto il desiderio di poter conservare in qualche modo nel tempo – al di là della "vita vissuta" dell'albero – una testimonianza (quasi una reliquia) il più possibile permanente nel tempo.

L'analisi del materiale

A seguito di questi avvenimenti al Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell'Università di Padova e attraverso i Servizi forestali di Treviso nel mese di luglio 2008 è stata fatta pervenire una rotella di tronco prelevata dalla quercia ormai schiantata al suolo. 
Il compito era di contare gli anelli della rotella medesima al fine di dedurre con la migliore precisione possibile l'età della pianta stessa. La rotella inoltre sarebbe stata poi levigata nel nostro Centro Studi per l'Ambiente Alpino Laboratorio di Ecologia Montana (S. Vito di Cadore – BL) per poter in seguito essere utilizzata per esposizione, iniziative museali ed altre possibili indagini dendrologiche.

L'indagine scientifica del 1942

Da una seppure veloce e parziale ricerca storica sull'area in oggetto, si evince che il rovere della Rocca fu già oggetto di uno studio scientifico da parte del prof. Raffaele Cormio dell'Istituto Sperimentale del Legno di Milano. 
Il suo resoconto è molto interessante e pertinente riguardo soprattutto delle dettagliate annotazioni dendrocronologiche e sul suo stato fitosanitario. 
Si tratta infatti di puntuali osservazioni che permettono di formulare con sufficiente attendibilità alcune risposte sul perché l'esistenza della maestoso albero abbia avuto un epilogo apparentemente imprevedibile.
Il docente milanese a seguito del suo sopralluogo (23 novembre 1942) riscontrò già in quel tempo numerosi e seri danni al tronco e alle radici. 
Nel sottolineare la situazione piuttosto precaria che gli si presentava, così annotava: 
" ...Se all'asperità del suolo si aggiungono le quotidiane ingiurie dell'uomo e degli animali brucanti si avrà un quadro completo dei patimenti e della vita grama dell'albero. ... L'uomo ... non si accontenta infatti di asportare per ricordo ... piccole schegge della roccia bianca entro cui è imprigionato l'albero e su cui la leggenda vuole si sia seduta la Madonna, ma lesiona anche il rovere calpestando e ferendo con scarpe chiodate le radici affioranti... ; l'albero viene costantemente offeso da persone incompetenti con mezzi irrazionali che danno luogo a infezioni profonde piene di legno in decomposizione e quindi ricetto ad un infinità di parassiti ..."

Lo stato fitosanitario e dendrologico precedente al cedimento

Le ultime parole riportate dal prof. Cormio sono molto significative: all'epoca la dendrochirurgia e la cura del verde urbano non erano di certo tra gli interessi collettivi predominanti e quindi con tutta probabilità anche in ambito scientifico potevano essere assai trascurati: il periodo bellico induceva a ben altre e preminenti preoccupazioni. 
Ciò nonostante lo studioso milanese evidenzia in modo più che chiaro l'entità certamente pesante di offese tra le più svariate arrecate all'albero. 
Il termine che egli usa di "mezzi irrazionali" è già da solo più che esplicito e ci lascia immaginare come l'albero venisse sottoposto ad asportazione o potature di branche intere con probabili iniziative estemporanee di limitazione della chioma effettuata da operatori improvvisati ed inesperti e per altri non meglio precisati motivi. 
Lo spirito dei devoti – poi – portava immancabilmente anche qui come in molli altri luoghi, ad appropriarsi di qualche oggetto o pezzo del luogo stesso. Sta di fatto che proprio queste ferite hanno cominciato fin da allora ed ancor prima a minare l'integrità e la salute del rovere che è andato incontro a un processo di importante marcescenza del tronco e dell'apparato radicale, una carie che non era ormai più possibile arrestare. 
Il crollo della quercia, avvenuto nel giugno 2008, è stato quindi un ultimo e certamente inevitabile atto finale di un decadimento generale iniziato già da tempo. 
Oltre che da quanto dedotto precedentemente, se ne ha una ulteriore conferma anche da quanto si può vedere dalla testimonianza fotografica e dal materiale pervenutoci per essere valutato. 
Dall'immagine dell'albero a terra si evidenziano quelle branche di una certa dimensione che in passato hanno sicuramente subito pesante potatura o uno schianto per eventi meteorici di rilievo; allo stesso tempo risulta pure evidente il vano tentativo della stessa pianta di cicatrizzare la ferita con un tessuto di reazione. 
Tale reazione fisiologica non ha del resto potuto sortire alcun effetto a causa del notevole diametro della ferita. 
In altri termini, l'entità delle "ingiurie" era troppo elevata e il tempo richiesto per chiudere la superficie dei tagli era anch'esso troppo lungo per poter evitare il sopravvento delle "infezioni profonde piene di legno in decomposizione".

Preparazione e analisi della rotella

Una volta giunta al Laboratorio di S. Vito di Cadore la rotella ha subito alcuni importanti interventi preparatori allo scopo primario di poter leggere le cerchie annuali il più agevolmente possibile e con buona attendibilità di risultato. 
Altro traguardo da perseguire erano alcune operazioni di conservazione del materiale legnoso unitamente alla levigatura di una delle due superfici della rotella stessa.
E' infatti notorio che senza una buona levigazione le cerchie annuali — soprattutto nelle latifoglie — difficilmente si prestano ad essere visionate ,e gli anelli sono difficilmente scrutabili.
Una testimonianza diretta dello stato di salute dell'albero la fornisce anche la rotella giunta nel nostro Laboratorio. Prelevata probabilmente a una altezza di circa 5-7 metri manifesta al centro più di una evidente traccia di legno che ha subito quella particolare reazione di naturale difesa dai patogeni esterni, altrimenti detta "compartimentazione": si tratta cioè di un tentativo "bio-chimico" dell'albero di isolare dalla parte sana le porzioni di tessuto compromesso da funghi e batteri (o altri parassiti). 
Nell'immagine della rotella (foto n. 4) questo inizio di marcescenza è evidente nella parte in basso sotto al centro. Alla sua sinistra un altro incipiente carie cominciava a manifestarsi.

Immagine 4: Il tronco della quercia ormai a terra: sui monconi appaiono chiaramente le carie che interessavano l'interno del fusto.

L' avanzato stato di decomposizione del legno interessava quindi le parti più centrali del fusto e di molte grosse branche laterali il che ha pertanto compromesso la possibilità di stabilirne con esattezza l'età. Impossibile, nonostante i tentativi eseguiti, anche il prelievo di una carota completa di legno alla base dello stesso tramite il succhiello di Pressler. Tuttavia la rotella ha permesso - seppur con qualche difficoltà - un rilievo cronologico sufficientemente accurato. Si è quindi proceduto al conteggio degli anelli per mezzo di uno stereo microscopio elettro-ottico, su tre distinti raggi, da parte di due diversi operatori in modo tale da evitare al massimo tutti i possibili problemi inerenti alla difficoltà di lettura (calli, anelli assenti, falsi anelli, variazioni di densità, ecc.).

Anche in questo frangente risulta obbligatorio un riferimento alla minuziosa analisi effettuata quasi 70 anni or sono dal prof. Cormio da cui si riscontrano - come si vedrà in seguito - alcune interessanti conferme. 
Si ritiene di molto interesse riportare quasi integralmente il passo che egli, nella sua relazione a proposito della specifica analisi dendrologia, tra l'altro di sua specifica pertinenza accademica: 
" ... il rovere ... misura a un metro da terra una circonferenza di m 2,44 ... e un'altezza di più di 8 metri. Il rovere dovrebbe ora contare più di 750 ("anni"; nota aggiunta) ..." ma si può "...logicamente supporre che la primitiva pianta sia scomparsa per vetustà e che l'attuale sia derivata da pollone o seme di quella". 
Ed ancora aggiunge: "Che il rovere attuale non abbia 750 anni lo si deduce dall'esame di due porzioni di legno prese a un metro da terra per cui l'età dell'albero è di circa 200 anni con una crescita annuale di circa 0,8 mm in profondità".

La rotella, come detto, proviene da una certa altezza laddove vi era assenza di importanti carie. Il punto di prelievo è sicuramente diverso rispetto a quello indagato nel 1942 dal prof. Cormio, ma il fatto in se non ha una grande rilevanza in quanto l'albero non aveva un considerevole sviluppo longitudinale e quindi una certa differenza di età fra due punti può essere stimata con un margine di errore abbastanza trascurabile. Se si prende, pertanto, come riferimento l'età da egli calcolata in quell'epoca, c'era da aspettarsi un'età complessiva nell'anno 2008 - ovverro all'epoca dello schianto a terra – di almeno 66 anni maggiore, ossia di 266 anni.

Sorprendentemente l'attento conteggio degli anni conferma questa ipotesi: il novero riscontrato delle cerchie è di 267.
Qualcuno poteva forse attendersi un età molto maggiore, ma deve essere tenuto conto che 267 sono gli anni di una porzione di tronco (la rotella appunto) prelevata ad almeno 5-6 m di altezza dal suolo. 
Pertanto l'esemplare di quercia in oggetto poteva senz'altro aver raggiunto i 3 secoli considerando il tempo necessario, 15-30 anni, per un individuo giovane nel raggiungere l'altezza di prelievo del campione analizzato. 
Inizialmente le condizioni ambientali generali, compresa la disponibilità di luce, dovevano essere piuttosto favorevoli. Infatti, nei primi anni di crescita, per poco più di una decina di centimetri, gli anelli presentano una discreta ampiezza media di circa 0,50,6 cm. 
Tale ampiezza però, ben presto diminuisce con l'accumularsi degli anni rendendone molto difficoltosa la definizione ad occhio nudo. Già ad una distanza dal centro di circa 15 cm ne risulta difficile l'individuazione senza l'ausilio di una buona lente. 
Esemplificativi anche gli anelli riscontrabili nell'alburno che misurano mediamente 0,88 mm avendo perciò bisogno di ben 45 anni per riuscire accumulare legno per circa 4 cm.

La rotella una volta levigata: si notino la carie e i segni iniziali di compartimentazione.

Conclusioni

Considerato quanto è stato esposto, il destino di questa gigantesca farnia era probabilmente ineluttabile. 
Davvero precaria era la situazione generale: se anche si avesse avuto sentore di un imminente crollo, l'esistenza dell'albero poteva forse essere prorogata attraverso qualche artifizio tecnologico quale supporti ed ancoraggi. 
Ma sarebbe stato un palliativo. 
Ci sia tuttavia permesso di avanzare una prospettiva che – almeno in parte – potrebbe riparare l'indubbio vuoto provocato dalla caduta della quercia. 
Una possibile idea in tal senso ci viene suggerita in parte ancora dalla preziosa relazione storico-scientifica del prof. Cormio. 
Egli - interpellato come visto nel '42 - era stato quasi sicuramente informato che si sarebbe trovato di fronte una quercia plurisecolare, dato che la tradizione voleva attribuirne la genesi addirittura dal medio Oriente in tempi remotissimi. 
Il docente invece, una volta presa visione del sito e dell'esemplare ed emettendo il suo verdetto a riguardo della giusta età della pianta, freddò probabilmente molte aspettative. 
Comunque - non sappiamo se per puro savoir-faire – nel mentre egli rivelava la verità scientifica, sottolineava anche come quella farnia fosse facilmente un pollone o (ancor meglio) "figlia" di una pianta preesistente. 
Questa sua rassicurazione venne apprezzata poiché di fatto garantiva che la "sacralità" che essa rappresentava era senz'altro salva per "discendenza". 
Quel grande rovere, cioè, non poteva essere presente allorquando a qualcuno apparve la Madonna, ma era pur sempre un diretto discendente dell'antico albero che in qualche modo era stato testimone di quella apparizione. 
Per queste ragioni e per dare un significato e una continuità a questa storia intrisa di significati religiosi, storici e naturalistici, non sarebbe sbagliato che nello stesso luogo dove dimorava la poderosa quercia potesse venire allocato un altro esemplare, magari prelevato nel bosco vicino al santuario: il ceppo genetico di questo "sostituto" sarebbe molto prossimo della quercia crollata. 
Nel caso questo suggerimento fosse fatto proprio sarebbe pure vantaggioso ed apprezzabile che un pannello didattico e fotografico, posto accanto alla nuova quercia (magari opportunamente protetta da un recinto), illustrasse storia, cultura, tradizione e traversie della pianta precedente, raccontando di questo rapporto singolare uomo/albero che ha attraversato i secoli.